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Riforma dei porti, Mariani 'Qualcuno difenda il lavoro'

gru15/02/2015 - Intervista rilasciata a "The Medi Telegraph" dal Presidente Mariani.

«Il Secolo XIX ha ricostruito un quadro sconcertante della situazione nella quale versa l’iniziativa del governo sulla riforma dei porti. Siamo di fronte ad impostazioni diametralmente opposte fra loro. Non si tratta di sfumature. Di fronte a simili contraddizioni ci dobbiamo chiedere dove stiamo andando e soprattutto dove si vogliono portare i porti italiani». Lo dice in questa intervista il presidente dell’Autorità portuale del Levante, Franco Mariani.

Non va bene nulla? 

«Valutiamo da quanto sappiamo: il primo punto riguarda la natura delle Autorità Portuali. Il Mise le svuota, imponendo la dismissione immediate di tutte le società costituite, limitando quindi la loro funzione ad una amministrazione passiva del demanio e forse delle autorizzazioni d’impresa. Il Piano dei porti le rafforza, considerandole sovraordinate alle altre amministrazioni e le definisce come enti pubblici non economici a ordinamento speciale. Il gabinetto del ministro, invece, ne propone la trasformazione in Spa, patrimonializzando il demanio e aprendo il capitale ai privati. Un’altra versione della stessa trasformazione prevede un capitale interamente pubblico, diviso in quota parte fra Stato e Regione. E per finire i Comuni pure, attraverso l’Anci, rivendicherebbero una loro parte. Andremmo forse verso la costituzione di nuove municipalizzate ? Non ne abbiamo abbastanza? Dove troverebbero i soldi ?»

Sembra però che il governo vada verso la Porto Spa. 

«Oggi le autorità portuali hanno l’obbligo del pareggio di bilancio. Si potrebbe imporre lo stesso obbligo alle Spa Che fare poi con i finanziamenti pubblici, che sono in corso o ci saranno per le infrastrutture. Saranno aiuti di stato? Si, forse in questo modo le concessioni diventate locazioni si salverebbero ( sul modello Nord Europa) dalla direttiva concessioni, ma il prezzo da pagare mi pare molto alto. Tutte le domande sono senza risposta. Dalle mie parti si dice “ fate pace con il cervello”. Mi sembra evidente che ci sono troppi tavoli nei quali si discute e ai quali si rivolgono interessi anche contrapposti». 

Beh, non tutti i presidenti sarebbero d’accordo… 

«Voglio dire una cosa con chiarezza: le Autorità portuali non sono solo i presidenti o i segretari generali. Agli Stati Generali sono intervenuti cinque Presidenti, oltre Assoporti, e questo non aiuta ad avere, anche come cluster marittimo, un ascolto autorevole. Una discussione così “ leggera” su questi enti, dove vale tutto ed il contrario di tutto, dimostra di ignorare e sottovalutare le funzioni che fino ad oggi sono state svolte. Io sono per i cambiamenti e le riforme. Ma qui siamo di fronte ad altro, ad una destrutturazione senza prospettiva». 

Ci sono due capitoli che anche il piano non chiarisce: il primo è quello delle concessioni. 

«Sulle concessioni il Mise impone la tagliola di una data prefissata per la fine delle concessioni, il Piano, più sensatamente, propone di discutere le modalità per tutelare gli investimenti dei concessionari mentre, con lo schema S.p.A. aperte ai privati non si comprende che cosa succederebbe. I concessionari potrebbero forse partecipare alle società? Chi sta manovrando queste cose sembra ignorare che le concessioni sono contratti, in genere di lunga durata, che hanno generato miliardi di investimenti e migliaia di posti di lavoro». 

E poi il capitolo lavoro portuale.  

«Ho ascoltato l’intervento di Confindustria agli Stati Generali: non posso non notare una forte sintonia con le impostazioni del Mise che, sul piano dei contenuti, non hanno visto alcuna seria smentita da parte del Mit. Sul lavoro portuale si vuole usare l’accetta, non comprendendo, anche qui, che si farebbe un gravissimo errore. Io spero che si colga che i porti, in questi ultimi venti anni, hanno rappresentato uno dei più importanti fattori competitivi del sistema paese. Occorre cambiare profondamente ma sfasciare tutto e creare conflitti infiniti non serve a nessuno. Specialmente non serve a rilanciare l’economia del paese».