I dragaggi sono attività ecosostenibili? Dipende!

Inviato da: Mario Mega

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Mario Mega

Venerdì scorso, su cortese invito del Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico Fermi di Bari, ho partecipato ad una bella iniziativa per la presentazione dei progetti PON realizzati dagli alunni di quella scuola durante l'anno scolastico in via di ultimazione.
La ragione dell'invito è l'aver rappresentato come Autorità Portuale, nel progetto "Nuovo imperativo ecologico", uno dei momenti di approfondimento con particolare riferimento al ruolo che il nostro ente svolge a supporto del turismo.
Il percorso raccontato dai ragazzi con i prodotti multimediali realizzati si è sviluppato cercando le interrelazioni tra lo sviluppo a sostegno dell'economia turistica e la difesa dell'ambiente alla ricerca di un giusto equilibrio tra sostenibilità e progresso.
Proprio con riguardo a questo punto di vista mi è tornata alla mente una riflessione che avevo posto all'attenzione dei ragazzi durante l'incontro con loro: una delle nostre missioni è cercare di favorire lo sviluppo del territorio favorendo la mobilità delle persone.

Ma viene percepito questo nostro impegno dall'esterno? Vi è consapevolezza di cosa rappresenta un "porto" per il suo territorio?

La sensazione che si ha è che tutto ciò sia molto più evidente per chi il porto non c'è l'ha o per chi vorrebbere vederlo con ben maggiori volumi di traffico. Per molti Baresi, invece, sembra, almeno a volte, che il Porto sia più un problema che una ricchezza, un guaio e non un'opportunità. Questo soprattutto quando si parla del porto come distruttore dell'ambiente per la "pretesa" di ampliare banchine e piazzali.

Quando si parla di turismo, però, ecco che si ritorna "bravi" perchè le centinaia di migliaia di crocieristi che scalano a Bari sono ricchezza ed opportunità per tutti. E tutti a sostenere che il Porto deve fare sempre di più perchè il traffico non vada altrove, costi quel che costi.

Ma tutto ciò non può non far nascere una domanda: è più ecosostenibile allargare una banchina ed approfondire fondali per consentire l'arrivo di navi da crociera sempre più grandi piuttosto che farlo per consentire l'ormeggio di navi con le merci? Ma l'ecosostenibilità di un'infrastruttura è connessa all'impatto dell'opera stessa sull'ambiente o alla sua utilizzazione? In soldoni: una banchina è sostenibile se è destinata ai crocieristi mentre diventa una bruttura se serve per i TIR? Ma se è così, siamo certi di essere sulla giusta strada?
 

Commenti (3)Add Comment
Mario Mega
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scritto da Mario Mega, 20 giugno 2010
Difficile non condividere sia le suggestioni di Mario Sommariva che i richiami alla realtà di Giovanna Visco. Di fatto, purtroppo, operiamo con modelli di sviluppo forse non adeguati alla maggiore sensibilità ambientalista di gran parte della popolazione almeno dei paesi ad economia più avanzata. Da un lato ci sono spinte a sostenere attività, quale quella del crocierismo, per gli indubbi vantaggi sulle economie turistiche dei territori toccati e dall'altro a difendere l'ambiente sia per i residenti che come tutela dello stesso bene paesaggistico. Nella sostanza, poi, si finisce solo per fare discussioni sulle infrastrutture e per dividerci tra i sostenitori e gli oppositori ad ogni costo. La riflessione, quindi, dovrebbe essere ben più profonda e riferita ad ambiti molto estesi, direi di visione globale, in assenza dei quali si finisce per creare schieramenti ideologizzati che strumentalizzano gli effetti ad usi politici piuttosto che analizzarne le cause. In periodo di crisi economica, poi, il dibattito è ancora più difficile perchè a chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese ed intravede una minima possibilità di tranquilità economica in una qualsiasi nuova attività è difficile prospettare ragionamenti di difesa dell'ecosistema e del futuro delle prossime generazioni.
Giovanna Visco
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scritto da Giovanna Visco, 16 giugno 2010
Condivido con Mario Sommariva quanto ha scritto, ma vorrei aggiungere una breve riflessione. Crocieristi in quantità così cospicue come le meganavi di ultima generazione riversano nei porti, impattano fortemente sull’ambiente naturale e sui territori antropizzati. Ai Caraibi, ad esempio, megabanchine e transito di migliaia di umani al giorno hanno snaturato e “plastificato” l’appeal naturalistico che fu il motore della fortuna crocierista di quei luoghi, suscitando scontento, delusione e disappunto nelle aspettative della clientela in crociera, tanto che le stesse compagnie ricercano nuove destinazioni alternative incontaminate da “contaminare”.
I nostri luoghi, che siano scavi archeologici, piccoli borghi o centri storici, musei, chiese, ristoranti tipici, parchi naturali, non sono fatti per ricevere l’arrivo contemporaneo di migliaia di visitatori al giorno, ogni giorno, prodotti dalle esigenze del round trip schedulato delle navi che consentono uno scalo nel porto solo di poche ore e sempre nelle medesime fasce orarie, provocando una forte ondata di persone e di bus GT (approssimativamente, l’ormeggio contemporaneo di 4 meganavi da crociera come avviene molti porti, corrisponde a circa 20.000 persone (pax e equipaggi) nel porto, che poi si moltiplicano per effetto della movimentazione). Andrebbe anche fatta una riflessione sulle emissioni che le grandi navi da crociera necessariamente producono nei porti a ridosso dei centri urbani, soprattutto per il condizionamento degli ambienti a bordo, quando i porti non sono attrezzati, come in Italia, a fornire energia da terra, su cui forse sarebbe più utile per tutti riflettere operativamente piuttosto che attenzionarci per aumentare la capacità di banchina delle crociere.
Mi rendo conto dell’impopolarità di ciò che penso, ma troppi calpestii come le reazioni chimiche e termodinamiche prodotta dal sovraffollmento in ambienti chiusi, tutti in una volta ed a cadenza giornaliera regolare compromettono nel tempo nemmeno troppo lento, la conservazione di ciò che abbiamo e che ha un alto, se non inestimabile, valore culturale, economico e turistico. Piuttosto che cedere a logiche quantitative scollegate dalle reali capacità ricettive dei territori serviti dai nostri porti, perchè non pensare a sistemi di razionalizzazione e selezione degli arrivi delle navi da crociera, basati su criteri trasparenti e uguali per tutte le compagnie?
L’offerta della qualità e di stati conservativi dei luoghi soddisfacenti sia per chi ci vive stabilmente e sia per chi vi è visitatore seppur per poche ore, è l’unico vero modo perché il turismo sia industria che crei ricchezza ed occupazione stabili, per tutto l’anno e per le generazioni che seguiranno la nostre. Razionalizzare gli arrivi della navi da crociera selezionandoli, significa anche sostenere i prezzi di servizi turistici e prestazioni, non per ragioni speculative, ma perché qualità, legalità (lavoro dichiarato e retribuito in base ai contratti di lavoro di categoria) e sicurezza hanno una soglia di costo al di sotto della quale non è possibile garantirli. In altre parole, significa evitare che lo standard qualititativo e di sicurezza dei servizi e del lavoro si abbassi per le richieste sempre più pressanti delle compagnie di pagare il meno possibile i pacchetti turistici rivenduti da loro stessi a bordo delle navi, incoraggiando una concorrenza sleale tra gli operatori incoming. Il turismo è un settore economico complesso e delicato allo stesso tempo, le crociere ne sono una voce che come tale va considerata e coltivata, ma sempre con equilibrio e senso della misura perché non diventi un boomerang.
Mario Sommariva
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scritto da Mario Sommariva, 13 giugno 2010
Cesare Guidi è un grande uomo di mare, uno che sa distinguere l’odore del salmastro fra mattino e pomeriggio. Ma Cesare è anche il capo, lungimirante e illuminato, degli ormeggiatori italiani. Nella bellissima relazione che ha tenuto a Bari il 4 giugno scorso, in occasione del Convegno nazionale ANGOPI, Guidi ci ha detto che, nella comunità marittima e portuale, esiste un “ sapere tacito”. Vale a dire un patrimonio ed un dono che appartiene a questa comunità. Da qui mi piace partire per un commento sulla riflessione di M. Mega sulla relazione porto – città, sulla percezione che i cittadini hanno del porto e quindi sulla prospettiva del porto stesso. Io vorrei dire che un porto non è soltanto un luogo fisico ma è anche un luogo dell’anima. Per la precisione un luogo che racchiude l’anima profonda di una città. Dalla storia e dall’importanza del porto dipende quanto quest’anima sia percepita e vissuta coscientemente dai cittadini, ma in qualche modo, piccola o grande; nobile o umile, quest’anima esiste sempre. Bari Vecchia è la radice della città e Bari Vecchia è tutt’uno con il porto. Il “ sapere tacito” è un sapere antico che vive nelle gestualità dei pescatori, nelle abilità marinaresche dei piloti e degli ormeggiatori, nell’esperienza vigile e sempre in divenire dei lavoratori portuali, nella tenacia e nella fantasia delle imprese per trovare sempre nuove merci da imbarcare e da sbarcare, nella scaltrezza commerciale e nel sapere tecnico degli agenti marittimi, nell’efficienza e nell’abnegazione dei vari prestatori di servizi, nella competenza e nella capacità decisionale della Guardia Costiera e poi, sommessamente, nella capacità amministrativa dell’Autorità Portuale di dare un ordine ed una prospettiva alla “complessità” del porto. Di questo sapere antico e moderno, sempre in evoluzione, si servono le navi per le loro attività incessanti, le navi anch’esse ed anche di più luoghi dell’anima, dove dal comandante al mozzo, ognuno deve sempre sapere cosa fare e dove stare, rischiando insieme e vivendo insieme. Mi chiedo allora se la città, forse inconsapevole, possa però fare a meno di questo “ universo mondo “ che è il porto. A volte sento, da parte di alcuni, la voglia di potere fare a fette questa entità complessa ed indivisibile. L’idea che si possa godere della bellezza delle immense signore del mare, le navi da crociera, senza pagare lo “scotto” delle merci polverose o dei camion che da Bari, ed è il caso di dirlo, solcano il mondo da est ad ovest. Questa idea, comprensibile ma semplicistica, non tiene conto di che cosa voglia dire l’articolazione e la complessità di un porto, una macchina che non si reggerebbe mai su un solo traffico e che ha bisogno dell’insieme per potere dare il meglio di se, almeno dal punto di vista estetico, quando questi capolavori della tecnica umana modificano l’orizzonte della città. Il porto è una creatura viva, tagliarla a pezzi l’ucciderebbe, farlo funzionare meglio ed anche ripensarlo nel rapporto con il territorio è possibile, purchè il territorio capisca che nel porto c’è un pezzo della sua anima e come si sa, perdere l’anima è perdere se stessi.

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